31 ottobre 2008

Fondi privati alle ricerche. Aspetto a dire no

In riferimento alla riforma (tagli) Gelmini, si discute (si accenna) alla possibilità che le Università si privatizzino (si rendano simili a Fondazioni).


A mio parere la questione non può essere liquidata tanto facilmente.
Da un lato, è verissimo che i ricercatori non si dovrebbero occupare di raccolta fondi, e soprattutto che le ricerche totalmente o parzialmente commissionate, e quindi finanziate da soggetti terzi -privati o meno-, sono inevitabilmente condizionate da questi. Nell'oggetto di ricerca, nei contenuti, e anche nella direzione dei risultati. Lo dico per esperienza. Nulla di necessariamente eclatante, intendiamoci. Questo può voler dire semplicemente presentare i riusltati colorandoli di qualche accenno, di significati, oltre che direzionare il senso vero e proprio della ricerca. 
In campi diversi dal mio, penso per esempio a quello farmaceutico o politico, la situazione immagino sia ancora più delicata.

Certamente fare ricerca su commissione significa, per un ricercatore, abbandonare o modificare il proprio ambito di interesse: non sono così tanti i soggetti che finanziano ricerche puramente filosofiche o sociologiche. Ma questa parte di lavoro, apparenentemente inutile (aria fritta, seghe mentali & co) è invece proprio quella che fa progredire le discipline, gettando le basi e costrumento gli strumenti proprio per fare anche ricerche più "operative".

Altro aspetto a me molto caro, generalmente i risultati di una ricerca commissionata appartengono al "cliente". Questo significa non poterne parlare, non poter disporre dei risultati per diffonderli o condividerli, non poterli spiegare davvero (in questi anni, per esempio, avrei spesso voluto parlare qui di ricerche in corso, cosa che mi avrebbe certamente portato a risultati migliori)

Ci sono molti altri aspetti critici.
Però anche effetti a mio avviso positivi.
Innanzitutto i ricercatori più attivi già da anni lavorano anche attraverso ricerche commissionate. Per mancanza di fondi, sicuramente, ma anche per poter pagare (non dar lavoro, ma pagare, piccola differenza) coloro che non hanno posto fisso in università, per esempio.
Ovviamente la ricerca finanaziata esternamente non rivela nessun principio di meritocrazia (meritocrazia sarebbe fare dei concorsi puliti in cui vince il migliore, ma questa è fantascienza), però certamente consente ai riercatori più attivi di lavorare, e all'Università di misurarne i risultati. Lavorare per qualcuno che ti paga, da che mondo e mondo, significa non poter intascare i fondi senza fare la ricerca per cui quei fondi erano stati stanziati, non poter fare ritardi di mesi e mesi sulla presentazione dei rapporti, non poter ricevere CENTINAIA di migliaia di euro per fare ricerche sull'assoluto dell'inutilità. Cose che succedono regolarmente.

Nel mio gruppo di lavoro, e in molti gruppi di lavoro di Università che funzionano, e ce ne sono, si utilizzano questi fondi in parte per pagare i costi delle ricerche, e in parte si accantonano per destinarli alla ricerca accademica. Banalmente, si usano una parte di questi soldi per ricavare il corrispettivo di una borsa di dottorato, o di un assegno di ricerca, per un giovane ricercatore -che naturalmente prende parte alla ricerca. Autofinanziamento, se vogliamo. 
Beh, in***lata, se vogliamo, visto che con il corrispettivo di una ricerca ne faccio 2 o 3. 
E per dirla tutta, visto che generalmente si deve dare una % all'Università dei fondi ricavati, per poter pagare chissà cosa.
Però così funziona, e purtroppo in Università si lavora solo per amore e passione.
Non che sia giusto, ma almeno forse eviterebbe di incontrare alla macchinetta del caffè chi viene pagato senza fare nulla.

Per non diventare in tutto e per tutto un Istituto di Ricerca, le Università potrebbero ripartire parte dei fondi sulla base delle ricerche effettuate. Anche questo è rischioso, nel senso che attarrre fondi non significa affatto essere più bravi. Un altro rischio è che, visto che i soggetti esterni non commissionano la ricerca direttamente a un docente, ma all'Università che la gira a un docente, quello che oggi succede per la ripartizione dei fondi ministeriali domani potrà succedere per le ricerche sterne.
Altro rischio ancora è che le Università diventino, come in parte già sono, Istituto privati di ricerche di Mercato che costano poco e consentono grazie al marchio Università, di dare più autorevolezza e immagine di oggettività a uno studio.

Insomma, il senso del post è che, alla luce della realtà delle Università, l'aumento delle ricerche commissionate dall'esterno è un princpio complesso e non è affatto una novità. 
Certo, andrebbe gestita bene ( e sono un po' pessimista). Però sicuramente potrebbe dare soldi e lavoro ai giovani (solo solo perchè i "baroni" mica si mettono a fare le interviste o a inserire i dati).
Certo è una sconfitta, ma potrebbe essere il minore dei mali per chi davvero lavora, e un modo se non altro per consentire di lavorare a chi vuole farlo.

Alessandro pubblica il punto di vista del Rettore del Politecnico di Milano.

Beh, sulla riduzione del turnover il lato positivo fatico proprio a trovarlo. 

5 pensieri:

boh/Orientalia4All ha detto...

il punto è esattamente quello che dici: chi finanzia vuole certi risultati, anzi, a monte: finanzia solo certe cose, certe ricerche.

E tutto questo diventa non-etico.

Insomma, ho già scritto un post su questo e non vorrei autocitarmi, ma l'etica della ricerca dovrebbe essere super partes.

Altrimenti, come primo effetto, tanti campi di ricerca vengono semplicemente a morire. Tipo le filosofie, le scienze orientali, le storie e così via. Tutte quelle scienze che non portano a risultati pratici.

E oltre: anche in campo medico o veterinario, si finanzia solo quello che rende. Anzi, nel veterinario non si finanzia quasi più perché è tanto più semplice abbattere un animale!

Dovrebbe esserci un sistema misto, sia i finanziamenti di privati sia quelli pubblici. Il privato fa i suoi interessi, il pubblico fa gli interessi di tutti.

valentina orsucci ha detto...

E' così solo in parte però.
Il pubblico, ad oggi, non fa gli interessi di tutti. In moltissimi casi fa gli interessi di chi intasca e non lavora, detto brutalmente e amaramente.
Perchè se i finanziamenti pubblici fossero investiti eticamente, allora sarei per il pubblico al 1000 per 100.
Quello che penso è proprio che, stando purtroppo così le cose, allora i finanziamenti privati non risolvono certo il problema dell'etica, ma forse migliora quello dell'efficienza.
Migliorare l'utilizzo dei pubblici sarebbe la soluzione, ma in un mondo che non esiste.
Comunque non sono in disaccordo con te, perchè in sostanza sarei per il misto anche io :) (però a malincuore)

Franca ha detto...

Un conto sarebbe parlare di una vera riforma (che è necessaria); altro canto è parlare di tagli indiscriminati come si sta facendo...

LaBetti ha detto...

Sì, meglio il post del cartaceo. ;)

Gargoyle ha detto...

d'accordo con te.