31 marzo 2008

Expo a Milano

Alla fine Milano ce l'ha fatta.
Sarà perchè l'Expo è un oggetto di ricerca da parecchi mesi per noi, sarà perchè voglio sperare che "Milano" sia in grado di cogliere questa opportunità, sarà perchè il tema è degno di rispetto (e di molte critiche, ovviamente), sarà per mille altri motivi, ma stasera sono semplicemente proprio contenta.

Poi presto torno critica e lamentosa :)

28 marzo 2008

Lo schermo globale

Segnalo un convegno che promette di essere interessante:
lo schermo globale: presente e futuro della tv
Mercoledì e Giovedì prossimo in Triennale a Milano.
Qui le info e il programma.

26 marzo 2008

La modernità, nella contemporaneità

Il 26 marzo 2003 mi laureavo, il 26 marzo 2008 ho scritto le ultime parole della tesi di dottorato.
Che propongo, a chi ha seguito qualcosa del mio lavoro. Che consiglio di evitare, a chi non sa di che parlo (o a chi ha sonno...)

Concludiamo il nostro lavoro proponendo un ulteriore spunto di lettura.
L'immagine dell’Italia che i nostri intervistati hanno costruito attraverso il loro racconto, unita al resoconto sui processi attraverso cui è stata costruita, potrebbero essere lette attraverso le categorie della modernità e, al tempo stesso, della contemporaneità.
Da un lato, infatti, dalle parole degli intervistati emerge lei, la modernità, in tutta la sua magnificenza e il suo splendore, per rifarci al linguaggio di Abruzzese. L’Occidente, l’Europa o l’Italia non importa. Quello che gli intervistati descrivono è sostanzialmente l’idea della modernità, fatta dei suoi elementi più classici: la metropoli, la tecnologia vista come macchina e come possibilità e potenzialità umana, ma anche la fiducia, il fascino, la performance. Gli intervistati descrivono l’Europa che si immaginavano come un concetto, ancor prima che come un luogo. Nelle loro parole l’Europa è la modernità, fatta dell’idea e della sostanza di città, di tecnica, ma soprattutto di potere e di progresso. I concetti di cui è fatta l'immagine dell'Europa sono la tecnologia, intesa come grandi macchinari di cui non si conosce la funzionalità, o al contrario dei piccoli elettrodomestici che liberano l’uomo dalla quotidianità, e forse anche dalla materialità dell’esistenza. La libertà, di essere, di fare o di creare. La ricchezza, che proviene da meccanismi trasparenti, ma sconosciuti. Non in ultimo, gli ospedali, l’ordine e la pulizia. Dei luoghi pubblici.
Da un punto di vista mediale, la modernità si manifesta nel potere e nello spettacolo dell’audiovisivo, di queste immagini che scorrono, che si impressionano nella memoria interrompendo il presente e diventando realtà. L’immagine dell’Italia contiene la promessa della modernità, più che la modernità in sé, quindi svuotata dall’aspetto “storico”, privata della dimensione quotidiana della rottura con la tradizione e dei suoi riflessi stridenti, per coincidere totalmente con la tecnica. In questo senso possiamo leggere i racconti sugli ospedali e i loro mirabolanti macchinari, quelle sui grattacieli, sulle dimensioni sovrastimate degli oggetti o sulle loro funzioni strabilianti. Nuovo, l’aggettivo più frequentemente utilizzato per descrivere gli elementi di cui è fatta questa Europa immaginata. Nuovo perché ricco, perché discontinuo e differente dal noto, ma anche perché estraneo, o forse meglio artificiale. Appartiene alla modernità anche il meccanismo stesso con cui si forma questa idea di Europa: proviene dall’alto e da lontano, se ne fa esperienza in modo sempre indiretto, perché mediato o perché basato su simboli, immagini o merci. Eppure funziona, si incastra, affascina.
Lo spettacolo della modernità è infatti ancora più affascinante perché costruito e messo in scena dai media, al tempo stesso veicolo e simbolo essi stessi di tale spettacolo. La performance della modernità agita attraverso i suoi metacontenuti: media come tecnologia, immagine come tecnica. Tecnologia e tecnica come simbolo del mondo che li ha prodotti.

Dall’altro lato, ma al tempo stesso, dalle interviste emerge come lo spettacolo della modernità vada in scena all’interno di un contesto assolutamente ed enfaticamente contemporaneo. Nei racconti che abbiamo raccolto troviamo infatti anche tutte le caratteristiche del mondo interconnesso, globale, interdipendente o postmoderno, a seconda delle preferenze. Le interviste rappresentano al tempo stesso una perfetta descrizione del mondo contemporaneo, in cui l’esperienza mediata si confonde con quella non mediata, in cui l’accessibilità dei contenuti e dei prodotti globali concreti e simbolici diventa una coordinata dell’ambiente e dello spazio in cui si collocano le nostre esistenze reali e mentali, in cui il concetto di flusso descrive l’esperienza individuale e collettiva a vari livelli. I media appartengono alla propria esperienza quotidiana, pur provenendo da contesti lontani. La globalità non è un concetto, ma qualcosa di cui si fa esperienza continuamente, attraverso i media, gli oggetti del mercato globale, la partecipazione al mondo dei cosmopoliti. L’esperienza si concentra sul presente, disperdendosi nello spazio.
Le esperienze dei soggetti intervistati sembrano essere l’esempio di una convivenza perfettamente riuscita, fra modernità e contemporaneità: processi, ambienti, logiche e linguaggi contemporanei, attraverso cui si propongono e si fanno propri contenuti e significati moderni. Tutto questo inserito all’interno di un contesto, se vogliamo spingerci oltre, che richiama invece la società tradizionale: la pervasività e l’autorevolezza della religione e delle tradizioni, il senso e il meccanismo della comunità, uno stile di vita pre-moderno.
Una convivenza perfetta, un incastro senza spazi vuoti.
Dalle conseguenze drammaticamente stridenti.

Pance

Me ne ha parlato un'amica, prendo il link da lui.

194: non toccarla.

25 marzo 2008

Lavorare in Università

Il bello di lavorare in Università è che il martedì dopo pasquetta lavorano tre anime fra tutte le Facoltà.
Il brutto di essere dottoranda è che una di quelle anime sei tu :)

23 marzo 2008

Errori metoologici, effetti collaterali

Sono monotematica, ma a chi si occupa di metodologia non capita spesso di avere davanti agli occhi episodi così evidenti.

Sondaggi elettorali e la chiusura di BlogBabel.

Sul primo caso ho già detto quello che penso (e Antonio ne riflette molto meglio di come ne posso fare io).
Sul secondo, non ho mai nascosto il mio personale disappunto e fastidio sull'utilizzo e sul significato che gli utilizzatori della classifica ne hanno fatto (basta guardare, per esempio, le incredibili reazioni a questo post).

Gli errori alla base dei due fenomeni sono due (che sono d'altronde fra i rischi più classici di ogni misurazione/ricerca attorno a cui ci sono interessi profondi):

1) Confondere strumento e oggetto di misurazione.
I sondaggi e le costruzioni di classifiche sono strumenti di misurazione un fenomeno (quindi fotografano un fenomeno pre-esistente: la previsione di voto e il "peso" dei blog, in questo caso). Non sono variabili o determinanti del fenomeno.
Quando però lo strumento diventa oggetto, succede che questo interviene (modificando) il fenomeno: i sondaggi orientano il voto, e la classifica orienta il peso dei blog.
Succede che lo strumento non è più attendibile (perchè le variazioni del fenomeno che rileva sono dovute a effetti o distorsioni dello strumento e non riflettono, invece, reali variazioni del fenomeno).

2) Formulare domande al termine della misurazione invece che all'inizio, ossia chiedere ai dati informazioni che non possono dare (arrivando a commentarne le risposte, dopo averle inventate).
BlogBabel classificava i blog sulla base del numero di link, delle reazioni ecc.. (non ho informazioni precise, in ogni caso, monitorava indicatori quantitativi sulla presenza diretta o indiretta del blog nella blogosfera italiana). Non ha mai, per quanto ne so, dichiarato di misurare altro.
Potremmo dire quindi che non poteva fornire risposte sulla qualità dei blog. Anzi, potremmo con serenità dire che per misurare la qualità dei blog BlogBabel non era uno strumento valido. Nemmeno per misurare la temperatura, il livello di umidità, o la velocità. Pessimo strumento.

In entrambi i casi, gli errori e i limiti di queste misurazioni derivano dall'uso che si è fatto e si sta facendo degli strumenti di misurazione, e non negli strumenti in sè. I sondaggi e BlogBabel, per come costruiti e utilizzati sono strumenti assolutamente validi e attendibili. L'uso che se ne è fatto e se ne fa, li ha resi pessimi strumenti.

A me non cambia molto. Volgio dire, dal punto di vista dei sondaggi credo di smettere di seguire la campagna elettorale, e non potrò che dare un voto meno informato (i sondaggi mi interesseranno sempre, ma per deformazione professionale, è quello è un altro problema).
Dal punto di vista di BlogBabel, non ne ho mai fatto uso e quindi continuerò a non farlo.
Anzi, forse sarò persino sollevata dalla sua assenza, visto che mi hanno sempre irritato le discussioni che generava e soprattutto il potere che le veniva attribuito, sempre troppo implicito.

Mi dispiace molto, però, che la colpa e le critiche vengono attribuite a chi ha costruito gli strumenti: in futuro, ai sondaggi e agli Istituti di ricerca (spero di sbagliarmi), già da tempo, a BlogBabel e a chi la gestiva.
E questo errore non è solo metodologico.

20 marzo 2008

Agenda mediale e costruzione dell'immaginario, con qualcosa in mezzo

Purtroppo le ricerche su cui sto lavorando sono tutte commissionate, e quindi super segrete. Come se stessimo scoprendo il killer di JFK, e come se condividere un progetto significasse necessariamente perderlo.
Vabbè.

Però una considerazione a margine su una ricerca la posso fare.
Tema: stranieri e italiani, rappresentazioni reciproche in particolari contesti (sìsì, ogni tanto la fortuna viene a me!).

Stavamo ragionando sulle logiche di presenza mentale: come si determina la presenza dello straniero nella nostra mente? Perchè ho la sensazione, per esempio, che ci siano più rumeni, albanesi, marocchini o senegalesi?
Una delle risposte che diamo, e soprattutto che ne da la letteratura sul tema, è il principio di visibilità. Percepisco ciò che cattura la mia attenzione, ciò che riesce a mantenerla per un tempo sufficiente, e ciò che rimane al suo interno.
Il secondo passaggio è riflettere sulle logiche di determinazione della visibilità: in base a cosa qualcuno attira la mia attenzione e rimane nella mia memoria?
Una di queste logiche, per esempio, è la rottura con la consuetudine, o grado di discontinuità: banalmente, cattura di più la mia attenzione una persona nera, semplicemente perchè è "più diversa" da me rispetto a una bianca, oppure la donna islamica, perchè vestita "più diversamente" da me rispetto a una filippina ecc... (logica in-group/out-group).
Ecco, poi pensavamo ai media e alle logiche di agenda. Questa volta, però, non in riferimento a una corrispondenza diretta: presenza nei media --> presenza nell'immaginario.
Piuttosto, riflettevamo sull'agenda dei media come fattore interveniente sul principio di visibilità.
Accanto infatti ai principi "classici" (dicevo, noto il molto diverso in termini fisici, comportamentali, culturali ecc... ma comunque concreti), la ricerca sta mettendo in luce come la logica di agenda sia un principio altrettanto determinante: abbiamo una sorta di "elenco" predeterminato di categorie cui prestiamo attenzione. Tale elenco, o agenda, si inserisce accanto agli altri principi di visibilità per determinare, nel loro insieme, i criteri all'ingresso nel nostro immaginario.
Quindi presenza nei media --> principio di visibilità --> presenza nell'immaginario.
Non è detto che ciò che sia presente nei media rimanga presente nell'immaginario. Se queste categorie non soddisfano gli altri criteri (es. discontinuità), la loro presenza andrà "persa".
Così, si spiega molto meglio la composizione che secondo il nostro campione riflette la presenza straniera, che non corrisponde affatto alla reale composizione della presenza straniera a Milano (categorie anche molto viisbili non sono affatto citate, per esempio).

La scoperta dell'acqua calda, probabilmente, che però mi piaceva condividere se no mi sento sola :)

19 marzo 2008

Sondaggi politici e principi metodologici

Quando provo a spiegare nel corso base di metodologia della ricerca sociale a cosa servono le ricerche quantitative (quindi parliamo di sondaggi, questionari ecc...) cerco sempre di puntare su due principi tanto banali quanto fondamentali
1) posso misurare solo 2 tipi di fenomeni: quelli misurabili e quelli che posso rendere tali (la temperatura, non il caldo; il colore dei capelli, non la bellezza; la frequenza della pratica religiosa, non la religiosità), sempre tenendo presente che posso misurare solo 1 fenomeno per volta (non temperatura e lunghezza insieme)
2) quando decido di misurare un fenomeno deve essere chiarissimo perchè voglio misurarlo. Qual è, in altre parole, l'utilizzo che posso e voglio fare dei risultati della misurazione: provo la febbre per sapere se prendere una medicina, valuto il colore delle nuvole per capire se prendere l'ombrello. Non posso misurare la febbre oggi per descrivere la febbre che avrò domani, o misurare la lunghezza di un tavolo per stabilirne il peso.
O meglio, posso farlo, nessuno lo vieta (questo anzi è il problema).
Però della febbre che ho adesso nessuno se ne cura, e mentre provo a caricare il tavolo sulle spalle mi viene un'ernia.
O, se piace di più, posso farlo, però verrò bocciata all'esame di metodologia :)

Bene.
Parliamo ora di sondaggi politici.
1) I sondaggi sulle previsioni di voto misurano, come tutti gli strumenti di misurazione, 1 e solo 1 fenomeno misurabile: la previsione di voto (non il voto).
2) Gli usi metodolgicamente appropriati dei sondaggi elettorali sono vari ma non infiniti: posso considerarli indicatori dell'andamento della campagna elettorale, per esempio, per decidere quali eventuali aggiustamenti apportare, quale direzione prendere, quali eventuali scelte operare ecc... Posso condividere i sondaggi con l'elettorato, utilizzarli per valutare il team di lavoro ecc..
Ma non ci sono mille altri usi leciti di questa misurazione.
Utilizzarli come argomento della campagna elettorale è tatutologico e metodologicamente scorretto, considerarli una leva favore della propria candidatura un errore profondamente grossolano.

E' come se per decretare il vincitore di una gara di nuoto la giuria facesse uscire dall'acqua gli atleti ogni tot minuti, e facesse loro utilizzare il tempo mancante per commentare il "fotofinish" e convincere il cronometro di chi sarebbe stato il più veloce.
La logica che stanno applicando ai sondaggi politici è esattamente questa.
Con me, all'esame di metodologia Berlusconi e Veltroni sarebbero bocciati.

Spirito olimpico

Io di relazioni internazionali non ci capisco niente.
Di grandi eventi mediali molto poco.
Di politica pochissimo, di economia quasi zero.
Forse per questo mi sfugge il motivo per cui i politici sono così convinti che sarebbe sbagliato boicottare i giochi olimpici.

18 marzo 2008

Gioia

Un maschietto. Non vedo l'ora di vederlo.

Con questo post finisco la saga maternità e tornerò a scrivere di altro da me, giuro, ma questa dovevo dirla :)

10 marzo 2008

Essere incinta è una condizione linguistica

In questi mesi mi sono accorta che essere incinta è anche una condizione linguistica. Ci sono certe parole, certe logiche, certe forme sintattiche che accompagnano la gravidanza.
Per esempio:

- si cambiano le unità di misura temporali: le persone normalmente parlano in mesi. Le donne incinta in settimane. Sono alla 16esima settimana. Così si parla tra donne incinta o mamme, quindi poi devi tradurre per gli altri, e i conti non tornarno, che se consideri 4 settimane al mese la gravidanza durerebbe 10 mesi (40 settimane). E' un casino, credetemi.

- costruzione della frase: non è che semplicemente sono incinta di 4 mesi, no, sono entrata nel quarto.

- il livello di dettaglio: la gravidanza fa perdere il pudore. Quindi via coi discorsi sulla dilatazione, uteri ecc... Io mi sa che non sono abbastanza mamma, che preferisco tenermi per me l'aspetto sanitario della cosa

- la precisione terminolgica che segna i confini dell'appartenza (è usato solo da donne incinta o mamme): a che settimana sei? è necessaria la villocentesi? la traslucenza nucale? quando la morfologica? A queste domande segue un certo imbarazzo da parte mia, che non riesco a tenermi in testa tutti questi nomi (io perdo il conto anche delle settimane), con conseguente sguardo preoccupato per il tipo di mamma che sarò

- la monotematicità: se sei incinta, non puoi parlare d'altro. Ora non fraintendetemi, anche io non penso ad altro. Ma questo non significa che non posso parlare o interessarmi d'altro. Per favore, quindi, se mi incontrate, raccontatemi quello che mi avreste raccontato prima :)

08 marzo 2008

Donne

L'8 marzo è un giorno potente.
Perchè nasce da una terribile tragedia, quella dell'8 marzo 1908 in cui alcune operaie vennero bruciate vive durante uno sciopero.
Perchè simboleggia le battaglie e le conquiste che le donne sono riusciute a conquistare nel corso degli anni.
Così, vorrei fare il mio personale auguro a tutte le donne del mondo. A quelle che ci hanno permesso di avere quello che abbiamo, e a quelle che avranno molto più di quello che abbiamo. A quelle che ancora non hanno quello che abbiamo, e a quelle che forse non lo avranno mai.
Oggi, forse anche perchè sono nel pieno del mio essere donna, sono orgogliosa più che mai di essere donna, e di appartenere a questo meraviglioso universo.

06 marzo 2008

Fra mia nonna e mia figlia

Sicuramente ho avuto modo di vivere e di studiare molto di più i media tradizionali rispetto ai "nuovi"media.

Forse anche per questo, a me pare che in molti dei discorsi sulla rete intesa come attuale e possibile declinazione di medium si faccia un balzo eccessivamente enfatico dalle caratteristiche dei vecchi media a quelle dei nuovi (strutturali, di contenuto, di fruizione ecc...).
E' innegabile che la rete abbia rivoluzionato completamente le logiche di produzione dei contenuti, di partecipazione al mezzo, ma anche il rapporto fra persone (in senso orizzontale) e fra pubbblico e produzione (in senso "veritcale"). Non contesto le riflessioni sul punto di arrivo, nè quelle sul qunto di partenza: da passività ad attività, da spettatori a produttori, da unidrezionalità o al max bidirezionalità a logica di rete (intesa come multidirezionalità), ecc.., tanto per citare le dimensioni più evidenti.
Però si perde un pezzo in mezzo, un pezzo gigantesco, come se fossimo passati dalla rai degli anni '60 alla rete del 2008.
Voglio dire, anche solo come riflessione sociologica e mediologica, fra le teorie di pavlov e le riflessioni sulla rete ci sono stati molti decenni di studi e molte decine di persone che si sono occupate di studiare i media dal punto di vista sociologico, semiotico e piscologico, e che hanno accompagnato la riflessione dalla teoria ipodermica ai discorsi sulla rete. E che parlavano proprio di quello che c'è stato fra la passività e l'attività.
Mi sembra ingiusto balzare dal punto di partenza a quello di arrivo senza fermarsi in mezzo, o perlomeno senza nominare che qualcosa in mezzo c'è stato. Ingiusto nei confronti degli studi fatti, delle parole scritte, ma soprattutto delle persone e delle pratiche descritte da queste parole.
Fra mia nonna e mia figlia, tanto per dire.

05 marzo 2008

Morale Mediale

Mauro conosce l'argomento e ne parla motlo meglio di come potrei farei io.
Solo che ieri sera ho seguito un pezzetto della trasmissioni di Mentana sulla strage di Erba, in cui hanno mandato in onda la "confessione" (deposizione? non conosco il termine giuridico) di Rosa Bazzi.
Ora, mi chiedo, ma è etico, morale, giusto o corretto mandarlo in onda, e per di più prima che sia stata pronunciata la sentenza? Per altro, Rosa raccontava di una presunta violenza che, se ho ben capito, non avrebbe confessato nemmeno al marito. E' giusto che la sappia io?


Sempre a proposito di media e "morale" (come suona male questo accostamento...): come tutti sanno, è uscita l'ultima campagna di Toscani, per la campagna contro la violenza sulle donne.
Ora, l'immaginario mediale è da tempo costruito attorno al tema e all'immagine del corpo, e lo sarà sempre di più. L'esposizione, la tematizzazione e la rappresentazione del corpo fa parte del nostro linguaggio.
Corpi nudi di donne, di uomini, di sani, di malati, di italiani, di stranieri, di grassi e di magri.
Ma corpi di bambini no.
Nemmeno con la scusa della violenza sulle donne. I bambini lasciamoli stare, almeno loro.

04 marzo 2008

Il '68, le Università e il 2008

Ieri sera sono stata alla presentazione del libro sul '68 di Mario Capanna.
Ne hanno discusso Colombo, la Pollastrini, e moltissimi protagonisti del '68 che raccontavano le proprie esperienze, alternandosi ai propri figli (Alberoni era troppo impegnato al Costanzo Show per venire e per avvisare dell'assenza). Inutile riportatre tutto quello che è stato detto.

Raccontavano pezzetti delle proprie storie, facendo respirare in 5 minuti non tanto quello che è successo in quegli anni, quanto quello che hanno vissuto. Universitari che si sono battutti in prima fila, operai che hanno lottato con tutte le loro forze. E che a ricordare quei momenti ancora si incazzavano, si appassionavano, si commovevano, si accaloravano.

Ero con andrea, con mia mamma e con una sua amica (oltre ai rispettivi). Mia mamma non è certo una sessantottina, anzi. Eppure, l'ho vista emozionata tanto quanto quelli che si chiamavano compagni fra loro. Perchè quello che mi è sembrato di capire è che il '68 era l'aria che respiravi, il formicolio che percepivi, forse ancora prima dei principi e delle battaglie che facevi.

Non ho imparato nulla del '68 ieri sera. Ho sentito però tanta passione e tanto calore. Quello delle storie di vita e delle loro memorie, delle persone che hanno rischiato e hanno faticato, e non solo parlato.

Poi ho discusso a lungo con Andrea, soprattutto del '68 al presente. Abbiamo parlato della vicinanza e della collaborazione fra universitari e operai che certamente era un elemento importante del '68. Lui mi ha detto che a suo parere gli universitari a quell'epoca facevano ciò che dovrebbe rappresentare la quotidianità, per chi si definisce e opera in quanto intellettuale, nulla di più.
Ci ho pensato tantissimo. Credo che abbia ragione in pieno. Il brulichio delle idee, la sperimentazione del nuovo, l'andare in controtedenza, il riflettere sui sistemi, dicutere di principi e parlare di valori: dovrebbe essere l'oridnario.
Nelle Università non c'è niente di tutto ciò, nè da parte degli studenti nè da parte di "noi" docenti. Perchè la paura di perdere quello che si ha è motlo più forte dei principi, dei valori, del bene comune. E' più forte anche del senso di rispetto nei confronti del ruolo che abbiamo nella società. Di principi, idee, e progetti si possono scrive negli articoli scientifici che circolano fra chi li scrive, che non servono a niente, se non a incanalarsi ben bene nei meccanismi di questo sistema malato.

01 marzo 2008

Paradossi

Word (2003) riconosce come errata la parola "globalizzazione".

E' come se Sandra Mondaini chiedesse il divorzio a Raimondo Vianello.