In questo anno e mezzo, li ho scoperti invece complessi, insicuri, silenziosi nel loro caos - perché urlano tante cose, ma si esprimono poco.
Un aspetto che mi ha davvero stupito e mi trova sempre impreparata è la frequenza con cui manifestano fisicamente il loro disagio.
Sicchè:
Capitolo 1: attacchi di panico.
Al liceo, ne avrò visti un paio in cinque anni (e all'epoca le sezioni andavano dalla a alla m).
Da settembre a oggi ho dovuto "affrontare" almeno una decina di episodi, caratterizzati peraltro da un'intensità che mi ha scossa.
Mi scuotono soprattutto le conversazioni che inevitabilmente seguono questi attacchi, in cui i ragazzi mi raccontano generalmente la loro paura, la loro certezza di non essere all'altezza, la loro frustrazione dovuta a insuccessi.
Quello che però mi turba è ascoltare ragazzi di 15 anni che riferiscono di fallimenti. A 15 anni non si può aver fallito.
Sono convinta che noi adulti (noi genitori e noi docenti) facciamo continuamente sentire i ragazzi dei falliti, e li feriamo quotidianamente, generalmente perché hanno attitudini e passioni che non siamo abbastanza liberi da comprendere.
Quello che però mi turba è ascoltare ragazzi di 15 anni che riferiscono di fallimenti. A 15 anni non si può aver fallito.
Sono convinta che noi adulti (noi genitori e noi docenti) facciamo continuamente sentire i ragazzi dei falliti, e li feriamo quotidianamente, generalmente perché hanno attitudini e passioni che non siamo abbastanza liberi da comprendere.
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